Quei 49 centimetri di esserino avevano iniziato a cambiare la mia vita

Era una sera come le altre  il 31 ottobre del 2000, luce bassa in salone, divano, cravatta allentata, l’indomani un giorno di festa, il giorno di Ognissanti.

Avevo in braccio i 49 centimetri di esserino che  avevano iniziato a cambiare la mia vita da 38 giorni, o 912 ore, ovvero  3.283.200 secondi.

Piagnucolava, forse avrà fame… d’altro canto, secondo me, lo faceva spesso, poi che vuoi che ne capisca un uomo che a malapena riesce a tenerla goffamente in braccio.

Claudia, premurosa mi rassicurava, mentre lei preparava la cena io continuavo a cercare di rilassarmi ripensando alla giornata, accarezzando la mia bambina che dopo poco si calmava, vedi, dicevo tra me e me: poi non sei tanto male, non è  poi cosi difficile gestire cosabuffadipapà.

Le sensazioni di un papà

Sì, è vero, noi uomini all’inizio non abbiamo molto la percezione di cosa abbiamo tra le braccia, stiamo imparando ad amare quel dono divino di una nuova vita che nasce da noi ma, non nascendo dentro di noi, fin quando non ci vediamo riconosciuti,  fin quando non ci fanno i sorrisini, le risatine,  sono e restano fino ad allora solo esserini…

Poi, più tardi, come tutte le sere, all’ora dell’ultima edizione del TG, il mio momento: preparare il latte in polvere, scaldarlo e controllare con precisione la temperatura come dettatomi da mamma Claudia.

Sì era il mio momento, perché Claudia è allodola ed io gufo, l’ultima poppata della notte era il mio momento di paternità, di tenerezza con l’esserino che stava iniziando a scandire le diverse priorità nella mia vita, nel mio tempo, nel mio cuore, nella mia testa.

Dopo la poppata, scrupoloso e preciso, come insegnatomi ottenevo da Camilla i rumorini (fragorosi) che attestavano che ora potevo rimetterla nella culla e dormire tranquillo anch’io.

Le persone allodole si sa sono mattiniere ma un gufo che addirittura il mattino di un giorno di festa sobbalza dal letto come risvegliato bruscamente da qualcosa o da qualcuno, certo è strano.

Accadde tutto in un attimo

L’istinto immediato: guardare Camilla, i 49 centimetri che stavano cambiando definitivamente la mia vita.

Era pallida, cianotica, livida, respirava affannosamente, rantolava, cercando di tirarla su dalla culla vedevo i suoi occhi come imploranti che roteavano all’indietro, la testa era come più pesante sul collo…non riusciva a tenerla, ciondolava, un lampo, un attimo, capisco è grave!

Sveglio Claudia, è spaventata anche lei, ci vestiamo indossando le prime cose che troviamo a portata di mano… saranno la nostra divisa per 41 lunghi interminabili giorni di Policlinico Gemelli.

Pochi istanti dopo siamo al Pronto Soccorso del Policlinico Gemelli e mentre con lo sguardo spaurito cerchiamo qualcuno che ci aiuti, ci soccorra, ci viene incontro un’infermiera, non giovane, non alta dall’aspetto rassicurante di una bidella delle elementari, in un attimo ci dice guardando Camilla: che cosa ha? La dia a me signora, si calmi, ora è qui ci pensiamo noi…la collega sentiti i sintomi che le avevo detto va rapidamente verso un telefono, chiama qualcuno penso, il tempo di realizzare chi avrà chiamato?  che sta succedendo?

Vedo in fondo alla lunga sala del vecchio Pronto Soccorso aprirsi la porta scorrevole dell’ascensore.

Ne escono correndo verso di noi quattro persone, chi vestito di verde chi di bianco, con un’incubatrice, con tubi e attrezzature varie, come dei rugbisti che rubano la palla all’avversario, sfilano Camilla dalle braccia della rassicurante infermiera – bidella e correndo a ritroso li vediamo armeggiare sui 49 centimetri più importanti della nostra vita, nel tragitto di ritorno verso l’ascensore riusciranno ad attaccare tutti i monitoraggi vitali all’ incubatrice ed ad intubare e predisporre la femorale per tutto quello che sarebbe potuto accadere.

Chiusa la porta scorrevole dell’ascensore Claudia ed io ci guardammo come chi spera solo di trovarsi solo in un brutto sogno, una sensazione indescrivibile, tra l’attonito e l’incredulo: perché proprio a noi? come può essere successo?

Dobbiamo andare in Terapia Intensiva Pediatrica (TIP)

Poco dopo ci dicono dove andare, Terapia Intensiva Pediatrica, 11° piano di fronte all’ufficio trapianti, girate quel corridoio li, poi a destra, poi a sinistra, poi ascensore n° 252 e attendete li, vi chiameranno, per parlare con i medici.

Erano quasi le undici, fummo invitati a entrare in uno stanzino che precedeva l’ingresso nel reparto vero e proprio, lì ad attenderci c’erano un omone grande, con degli occhiali grandi, cosa bizzarra aveva il farfallino, chissà perché, in fondo non se ne vedono tanti in giro, al suo fianco un altro dottore giovane e bello, più un attore di fiction che un dottore dall’aspetto, molto diversi tra loro ma…

Una cosa in comune l’avevano, lo sguardo, quello non lo dimenticherò mai, lo sguardo di chi la morte la vede tutti i giorni, in quel reparto di bambini, lo sguardo di chi talvolta deve annunciarti danni irreparabili, danni che cambiano la vita ai bimbi ed alle loro famiglie,  lo sguardo di chi ancora non ha imparato ad accettare la morte, ma la vede più spesso di quanto capiti a noi in tutta la nostra vita.

L’omone, seppi poi era il Primario, il prof. Polidori, non parlò subito  fece parlare il giovane dottore, in quel momento ascoltando le sue parole sentii un brivido gelido attraversarmi tutto il corpo, capii che forse Claudia sarebbe crollata di lì a poco … la diagnosi: Meningite batterica fulminante, farfugliando  cercai di chiedere cosa, come, perché, e… le possibilità che quell’incubo finisse, risposta: potrebbe non arrivare a mezzogiorno, siate pronti, siate forti.

Il momento più difficile

Purtroppo la natura umana è strana: siamo, anche tra il dolore e la sofferenza predisposti a perdere i nostri genitori ma…è impensabile sopravvivere ai nostri figli, ero diventato padre tardi, era l’unica figlia per me, avevamo deciso di chiamarla Camilla come mio padre che tanti anni prima proprio in quell’ospedale mi aveva lasciato, non potevamo accettare questa tragedia.

E ora che facciamo? Guardandoci negli occhi con una dolcezza tragica che non saprò mai descrivere pienamente, decidemmo in un silenzio autistico di rimanere lì fuori, una sorta di pianerottolo con una finestra e una porta finestra che davano sul tetto pianeggiante  catramato, confortati da 4 sedie marroni  di vinilpelle stile ufficio consunte e rovinate dal tempo  e da due lunghe e rigide panche di assi di legno reso lucidissimo dalle sedute e dal rialzarsi dei genitori li, molto ma molto  più ansiosi e tesi  di quando mesi o anni prima erano fuori dalla sala parto.

La sedia sotto la finestra sarà per 11 giorni la mia postazione, quella a fianco la postazione di Claudia, tutti gli altri genitori avevano  ognuno la stessa meticolosa ritualità, stessi posti,  comune ansia nell’attesa di poter entrare per pochi minuti in reparto o di  avere all’uscita dei medici, preannunciati dalla caposala Rita, notizie sui bimbi.

Un  giorno che non dimenticherò

Come non lo sapremo mai, ma il primo giorno, il primo novembre del 2000, passò, ci chiesero tutti i numeri di telefono e alle 21.00 ci dissero di andare a casa, l’indomani mattina, forse, l’esserino poteva essere ancora tra noi.

Il mattino dopo, stessa giacca blu, stessi jeans, stesse scarpe, altra camicia ma dello stesso tipo e colore del giorno prima e un altro pacchetto di Marlboro che mi avrebbe tenuto compagnia nell’attesa della chiamata all’ingresso o al “parlatorio” con i dottori.

Quella mattina mi fecero entrare, era più gonfia di come la ricordavo, con gli occhi chiusi, per quanto erano gonfi, che mi facevano ripensare alle borse sotto e sopra gli occhi di mio padre, gli strumenti di monitoraggio ogni tanto, spesso secondo me, suonavano per qualche fondo scala, e Camilla talvolta aveva dei sussulti, non ebbi il coraggio di chiedere di toccarla dalle aperure laterali dell’incubatrice, la Caposala Rita, splendida figura umana che avrei in quei giorni imparato ad apprezzare per la sua dolcezza, la sua umanità, la sua dedizione, mi chiese del battesimo, bizzarro, era il 2 novembre, il giorno dei defunti, proprio quel giorno l’avremmo battezzata : Camilla, Tecla, Caterina, con testimoni, Lidia e Cinzia due infermiere,  per fonte battesimale un bicchiere  Bormioli Rocco, officiante Frà Cristoforo, che mi faceva tanto pensare per la  sua semplicità al Frà Cristoforo dei Promessi Sposi, con uno sguardo di intesa tra me, Rita e Frà Cristoforo optammo per impartire subito dopo il battesimo  anche l’estrema unzione, gli occhi spauriti delle due  testimoni di battesimo allontanandosi si fecero lucidi.

La prognosi?  Sempre riservata, sempre con grande umanità, con grande partecipazione,  con grande professionalità, chi con gli occhi dolci  ma la faccia triste, chi con gli occhi di chi non vuol farsi guardare dentro, come la bella e bravissima dott.ssa Silvia.

Ma un altro giorno era passato, se nella tasca sinistra della giacca blu  c’erano le fedeli compagne Marlboro, nella destra  una foto di qualche giorno prima di Camilla, scattata in un momento di pianto forte, forte solo come i piccoli quando sono affamati sanno piangere, ed un santino di Padre Pio,  “omaggio” del disabile che in cambio di pochi spiccioli, alla trattoria dove pranzavo ogni giorno, di fronte al mio ufficio, distribuiva sui  tavoli degli avventori, un Cristo il lunedì, una Madonna il mercoledì, un San. Giuseppe il giovedì o un Padre Pio.

E cosi tra una Marlboro in finestra, con la mano destra che stringeva sempre il santino e la foto, l’Ave Maria come una litania nel cervello, incrociando spesso  lo  sguardo per incoraggiare Claudia, sempre più distrutta dal dolore.

Distrutta dall’incredulità, tanto di non avere più la forza di reagire alle parole dei medici, allo scorrere delle ore, presente solo fisicamente, devastata dal dolore che è proprio delle madri, di chi ha dato vita alla vita  e non può  concepire la morte della vita nata da loro, cosi dicevo,  passavano  lentamente  i giorni.

… sapevo che ce l’avremmo fatta!

Poi il sesto giorno tocco la manina di Camilla nell’incubatrice, gli carezzo il dorso della mano come facevo quando la tenevo in  braccio, quando la allattavo, lo facevo anche per blandire la sua mano quando voleva afferrare il biberon, la tocco e… sento come quando, sereni a casa, ci scambiavamo questa coccola, sento dicevo che mi stringe la mano!  riflesso condizionato? Cerca di non farti troppe illusioni penso tra me e me.

Ma una voce dentro di me mi diceva che ce l’avremmo fatta, si ce l’avremmo fatta! Certo i giorni passavano, lo sguardo dei medici, delle infermiere era diverso ma….  Sempre cauto.

Forse, ci dicevano, potrebbero esserci stati dei danni, vedremo, speriamo, forza, sta reagendo alle cure, gli esami migliorano, i valori si stabilizzano, gli occhi della Caposala Rita mi sembravano dolci molto più dolci,

Anche gli occhi dietro a quei due televisori di occhiali dell’omone Prof.Polidori, che poi scoprirò dolcissimo nei giorni, mesi e anni successivi, gli occhi della dott.ssa Silvia, del dott. Luca, del dott. Tonino, del dott. Marco, più dolci ma cauti…senza dare troppe  illusioni.

Mi rendo conto scrivendo di aver dimenticato molti dettagli, o forse la mia mente pacificata, li ha, per istinto di conservazione rimossi, ma tutti i giorni della mia vita, tutte le volte che vedo mia figlia ringrazio Dio per avermi ascoltato tramite la Madonna invocata  con le innumerevoli Ave  Maria, ringrazio l’intercessione di Padre Pio divenuto poi (per una guarigione analoga e contemporanea) San Pio.

Ma se Dio ha avuto bisogno del fango per creare l’uomo, il personale tutto della Terapia Intensiva Pediatrica è lo strumento del Signore per fare ogni giorno un lavoro meraviglioso e straordinario per tentare di realizzarlo,  sempre e comunque il miracolo anche se…. Talvolta disegni Divini a noi ignoti non ne permettono la riuscita.

E’ tutto grazie a voi…

In quelle occasioni vedi le lacrime e il dolore come per i genitori, da infermiere, infermieri, medici, loro, allora, hanno figli anche  se non li hanno, ne hanno altri anche se ne hanno già di loro ma…….

Noi “passiamo” per quel reparto, con esiti diversi, alcuni lieti, altri con qualche piccola o grande conseguenza, qualcuno con un esito fatale, ma noi passiamo solamente, poi bene o male la vita continua, metabolizziamo l’evento che ci ha riguardato, loro NO!

Loro hanno ogni giorno 4 – 6 – 8 figli più o meno gravi, 8-12-16 genitori da informare, sostenere, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, tutti con lo stesso amore, con lo stesso scrupolo, la stessa professionalità, la stessa dedizione, le volte, tutte le volte che devono dare quella notizia che un genitore non vorrebbe sentirsi mai dire.

Vogliamo, oltre a dirvi grazie per tutto quello che avete fatto per noi, ringraziarvi per quello che fate ogni giorno per tutti quei bambini che varcano la porta rossa del vostro reparto e dare questa testimonianza al sito dell’Associazione degli Amici della Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico Universitario A. Gemelli onlus.

Associazione nata tra i genitori per riconoscenza e supporto verso le donne e gli uomini di questo straordinario reparto, meraviglioso strumento d’amore, di speranza, di professionalità e di umanità.

grazie a tutti voi che siete li,

grazie a chi ha cambiato reparto e non c’è più,

grazie a chi è arrivato da poco,

Un enorme grazie scolpito nelle nuvole, all’omone con il farfallino che ora da lassù, finalmente sorridente, ci guarda tutti paternamente.

GRAZIE!

Francesco, Claudia, Camilla (Cosabuffadipapà)

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